Roma. “Un’onda che attraverserà l’intera Europa”. Nell’editoriale di prima pagina sul Corriere della Sera Angelo Panebianco ha parlato chiaramente di “ideologia della cosiddetta Rinascita islamica, impregnata di valori antioccidentali”. E’ quest’ideologia ad animare i partiti islamisti in Europa. Un fenomeno dell’ultimo anno che deve dimostrare ancora di avere una reale presa sulle vaste comunità musulmane in Europa. Di una lista civica islamica si parla anche a Milano. Si chiama “Milano Nuova” e ne è leader Abdel Hamid Shaari, rettore di quella moschea di viale Jenner accusata di collusione coi qaidisti e frequentata dal primo kamikaze italiano, Mohammed Game. Shaari è “persona non grata” in un grande paese musulmano come l’Egitto, che l’ha respinto alla frontiera. La lista milanese è ricalcata sul modello del partito norvegese d’immigrati guidato dal giornalista pachistano Ghufoor Butt.
In Spagna la lista islamista è guidata da Mustafa Bakkach, celebre docente universitario marocchino residente a Granada, ideatore del Partito Renacimiento y Union de España, che difende i principi del Corano e punta a presentarsi alle amministrative del 2011 per fare il pieno di voti. La Spagna è l’unico paese europeo che ha subìto l’occupazione degli arabi per quasi otto secoli. Il bacino elettorale potenziale del nascente partito conta 1,3 milioni di musulmani. Il partito promette che “terrà conto dell’islam nel suo agire politico, considerandolo come fattore determinante nella rigenerazione morale ed etica della società spagnola”. Di un simile suprematismo shariaco è piena l’Europa. Una Muslim Democratic Union è appena nata in Bulgaria. Il finlandese Islamic Party è stato fondato da Abdullah Tammi, convertito all’islam negli anni Settanta, e ha un “programma verde” (colore sacro all’islam) improntato al fondamentalismo: divieto di vendita di alcolici, esonero per gli studenti di materie non conformi all’islam, un codice di abbigliamento non immorale e così via. Anche in Olanda, dove il nome Mohammed è già oggi il più usato fra i nuovi nati, e ad Amsterdam dove l’islam è la prima religione professata dalla popolazione, si presenterà alle elezioni il Dutch Muslim Party. E’ guidato da un convertito all’islam, Henny Kreeft. In Svezia il musulmano Mohammed Omar sta creando una lista antisionista per raccogliere consensi sulla causa palestinese. In Danimarca c’è la Liberal Alliance, che nelle elezioni del 2007 ha ottenuto cinque seggi al Parlamento e ha come leader il deputato Naser Khader, padre palestinese e madre siriana, il quale reclama da Copenaghen un mea culpa di stato per le vignette sul Profeta.
Di “bomba demografica a orologeria che sta trasformando il nostro continente” parla il quotidiano britannico Daily Telegraph, pubblicando i dati emersi dagli studi più aggiornati sull’Europa e l’islam. Nel 2050, un quinto degli europei sarà musulmano. Il venti per cento. Si calcola che, se la popolazione europea di fede musulmana è più che raddoppiata negli ultimi trent’anni, analogo raddoppio sarà registrato entro il 2015. E di lì a salire, fino ad arrivare al venti per cento globale. Ma di successi politici i partiti islamici ne hanno registrati pochi finora. In Inghilterra, laboratorio del multiculturalismo, l’Islamic Party of Britain si è sciolto da tempo. A Stoccolma, città simbolo dell’islamizzazione scandinava, la maggioranza dei musulmani vota saldamente a sinistra. In Belgio la prima deputata con il chador, Mahinur Özdemir, è stata eletta nelle file del Cdh, il partito di ispirazione cristiana. Il primo musulmano scelto per un ministero in Inghilterra, Shahid Malik, è stato voluto da Gordon Brown. A Vienna è stato il centrodestra a portare Sirvan Ekici in Parlamento. E’ la prima deputata austriaca di fede islamica. Siamo in Austria, cattolica al novanta per cento nel Ventesimo secolo, ma dove l’islam sarà la religione maggioritaria nel 2050 tra la popolazione al di sotto dei quindici anni.
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http://www.mascellaro.it/node/38793)
L'islam si fa il suo partito anche da noi
di Andrea Morigi
Libero
«Vota Mohammed, vota Mohammed», sussurreranno nottetempo ifedeli di Allah alle loro quattro mogli, adottando la celebre tecnica utilizzata da Totò in prossimità delle tornate elettorali. Prima o poi, i seggi di Montecitorio o di Palazzo Madama ospiteranno qualche deputato o senatore musulmano. È già capitato in numerosi Parlamenti di nazioni europee e ora l’onda arriva anche da noi. Il programma politico si accinge a dettarlo l’Unione delle Comunità e delle Organizzazioni islamiche in Italia, la sigla che vanta al contempo le maggiori pretese di leadership e il più ampio numero di antipatizzanti fra i musulmani associati e non. Così si va alla conta deiconsensi e «per le prossime elezioni, formazioni politiche di ispirazione islamica saranno, a livello nazionale, una realtà anche in Italia, nome e simbolo sono allo studio», annuncia su youtube, ospite del programma KlausCondicio, il portavoce dell’Ucoii, Ezzeddine Elzir. Senza troppe pretese perché, spiega, «gli italiani di fede islamica sono 50mila ed è giusto che chi lo desidera possa votare un partito che difenda le esigenze della comunità musulmana, come è avvenuto in Spagna con la nascita del Prune (Partito del Rinascimento e Unione Spagna)». È la svolta, dopo un lungo periodo di oscillazione verso i partiti più immigrazionisti, che anticipa anche qualche esperimento pilota a livello locale già a partire dalle prossime regionali. In arrivo, rivela, ci sono «forme di aggregazioni che confluiranno in liste partitiche di ispirazione islamica», pronte a partire «già dalle prossime elezioni amministrative, in Lombardia e Piemonte». Circa i programmi di queste realtà, Elzir spiega che verteranno principalmente sulla richiesta di «luoghi di culto, scuole e luoghi di aggregazione dove si possa praticare la nostra religione». Nessun accenno al bene comuneoa interessi più generali: l’unico obiettivo appare autoreferenziale, se non esclusivamente la ricerca del finanziamento ai partiti. È fallita la strategia della lobby, che ha ottenuto finora l’unico risultato di relegare nella marginalità le associazioni islamiche. Si cambia, dando il via a un nuovo tentativo di istituzionalizzazione e di entrismo. Senza prevedibili prospettive di successo. Per i micropartiti non ci sono spazi nel sistema bipolare, ricordava ieri Angelo Panebianco sul Corriere della Sera, commentando la nascita di un partito islamico in Spagna. Il flop alle urne sembra garantito nel breve periodo, ma i musulmani sanno attendere. Una formazione dichiaratamente islamica sarebbe illegale perfino in Turchia, dove la costituzione non consente di fondare partiti su base religiosa. Se i loro vertici presentano ricorso contro lo scioglimento, finiscono per soccombere perfino davanti alla Corte europea dei diritti dell’Uo - mo di Strasburgo com’è già accaduto nel 2001. Eppure il modello di riferimento italiano non sembra in realtà molto diverso dall’Akp, il partito di governo turco salito al potere nel 2002 con una maschera di moderazione e scivolato poi, via via, lontano dall’Occidente e verso il mondo arabo. Del resto, ricorda Elzir, partiti islamici esistono già in democrazie liberali. Dunque, aggiunge, «gli italiani non devono averne paura, non sono assolutamente un pericolo per le democrazieparlamentari ». E, dove c’è stata la Democrazia cristiana, evidentemente, ci si può presentare senza troppe dissimulazioni . Soprattutto nell’an - tico bacino elettorale della Balena Bianca. All’esordio del nuovo soggetto politico, il portavoce dell’Ucoii ha già in mente dove andare a pescare voti. Convinto che la comunità musulmana in Italia sia prevalentemente moderata ovvero orientata verso il centro, dichiara che «gli estremisti sono frange assolutamente marginali e delimitate ed è per questo che anche politicamente ci riconosciamo nel centro. Non siamo quindi né di destra né di sinistra». Ci sono paesini in Veneto, in Lombardia e in giro per la penisola dove la popolazione immigrata di religione islamica tocca percentuali del 20 per cento e più. A Mazara del Vallo, nel Trapanese, si sono già ripresi la vecchia casbah e gli italiani non sono graditi. Ma alcuni degli abitanti dei ghetti islamici sono già riusciti a conquistarsi la cittadinanza. E gli obiettivi politici, che si sono rivelati irraggiungibili con la partecipazione alla Consulta islamica (poi congelata dal ministro dell’Interno Roberto Maroni), potrebbero rivelarsi più vicini grazie a un drappello sufficientemente nutrito di consiglieri comunali: «Se un luogo di culto viene creato dalle comunità in collaborazione con lo Stato - ricorda Elzir - questo sarà una garanzia per la comunità stessa e per il Paese che la ospita. Se ci sono luoghi in cui possono esplodere estremismi è proprio dove lo Stato è assente». Ufficialmente, però, l’Ucoii rimane dietro le quinte e precisa che non parteciperà né indirettamente né direttamente alla costituzione di liste islamiche.
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http://www.libero-news.it/articles/view/594909)
PERCHE’ PREOCCUPA L’ANNUNCIO SPAGNOLO
Se l’Islam diventa partito
La politica democratica è strutturalmente vincolata a un orizzonte di breve periodo. La natura del sistema democratico spinge gli uomini politici ad occuparsi solo dei problemi che agitano il presente. Le altre grane, quelle che già si intravedono ma che ci arriveranno addosso solo domani o dopodomani non possono essere prese in considerazione. A differenza di ciò che fa la migliore medicina, la politica democratica non si occupa di prevenzione. Se così non fosse, una notizia appena giunta dalla Spagna dovrebbe provocare grandi discussioni entro le classi politiche di tutti i Paesi europei, Italia inclusa. La notizia è che, come era prima o poi inevitabile che accadesse, c’è già su piazza un partito islamico che scalda i muscoli, che è pronto a presentarsi con le sue insegne nella competizione elettorale di un Paese europeo. Si tratta del Prune, un partito fondato da un noto intellettuale marocchino, da anni residente in Spagna, Mustafá Bakkach.
Ufficialmente, il suo intento programmatico è di ispirarsi all’islam per contribuire alla rigenerazione morale della Spagna. In realtà, cercherà di difendere e diffondere l’identità islamica. Avrà il suo battesimo elettorale nelle elezioni amministrative del 2011. Se otterrà un successo, come è possibile, solleverà un’onda (ce lo dicono i flussi migratori e la demografia) che attraverserà l’intera Europa. L’effetto imitativo sarà potente e partiti islamici si formeranno probabilmente in molti Paesi europei. A quel punto, la strada della auspicata «integrazione» di tanti musulmani che risiedono in Europa diventerà molto ripida e impervia. Perché? Perché la scelta del partito islamico è la scelta identitaria, la scelta della separazione, dell’auto- ghettizzazione. Si potrebbe anche dire, paradossalmente, che quando nasceranno i partiti islamici sarà possibile valutare davvero quale sia, per ciascun Paese europeo, il reale tasso di integrazione dei musulmani. Perché è evidente che il musulmano integrato (per fortuna, ce ne sono già moltissimi), quello che vive quietamente la sua fede e non ha rivendicazioni identitario-religiose da avanzare nei confronti della società europea in cui risiede e lavora, non voterà per il partito islamico. A votarlo però saranno comunque molti altri, sia per adesione spontanea (in nome di un senso di separatezza identitaria) sia a causa della pressione degli ambienti musulmani che frequentano.
Al pari del partito islamico spagnolo, si capisce, ogni futuro partito islamico europeo dichiarerà (e non ci sarà ragione di credere il contrario) di rifiutare la violenza. Non potrà infatti rischiare (pena il fallimento del progetto politico) vicinanze o contaminazioni con cellule terroriste più o meno attive o più o meno dormienti in Europa. Ma ciò non toglie che l’ideologia dei partiti islamici sarà comunque quella tradizionalista/ fondamentalista.
Sarà l’ideologia della cosiddetta Rinascita islamica, impregnata di valori antioccidentali e, alla luce del metro di giudizio europeo, illiberali. Si tratterà di forze illiberali che useranno la politica per strappare nuovi spazi, risorse e mezzi di indottrinamento e propaganda. Per questo, il loro ingresso nel mercato politico-elettorale europeo bloccherà o ritarderà a lungo l'integrazione di tanti musulmani. Che fare? La politica democratica non può facilmente difendersi da questa insidia. Però le possibilità di successo o di insuccesso dei partiti islamici nei vari Paesi europei dipenderanno da un insieme di condizioni.
Conteranno certamente anche le maggiori o minori chances che ciascun singolo musulmano avrà di ben inserirsi nel lavoro, e di poter accedere, per sé e per la propria famiglia, a condizioni di benessere (ma guai a credere che basti solo questo per annullare le spinte identitarie). Conteranno anche, e forse soprattutto, le caratteristiche istituzionali dei vari Paesi europei. Si difenderanno meglio, io credo, le democrazie dotate di sistemi elettorali maggioritari (che rendono difficile l’ingresso di nuovi partiti) rispetto a quelle che usano l’una o l’altra variante del sistema proporzionale.
La Gran Bretagna ha commesso errori colossali con la sua politica verso l’immigrazione musulmana. Il suo scriteriato «multiculturalismo» ha finito per consegnare all’Islam, e anche all’Islam più radicale, importanti porzioni del suo territorio urbano (al punto che oggi la Gran Bretagna deve persino fronteggiare il fenomeno dei numerosi cittadini britannici, di lingua inglese, che combattono in Afghanistan insieme ai loro correligionari talebani). Tuttavia, quegli errori sono forse ancora rimediabili. Il sistema maggioritario rende infatti molto difficile l’ingresso nel mercato politico britannico di un partito islamico. Diverso è il caso dei Paesi ove vige la proporzionale nell’una o nell'altra variante: l'ingresso è relativamente facile e la politica delle alleanze e delle coalizioni, tipicamente associata ai sistemi proporzionali, garantisce influenza e potere anche a piccoli partiti. Una circostanza che i futuri partiti islamici potranno sfruttare a proprio vantaggio. Da antico, e non pentito, sostenitore del sistema maggioritario penso che quella qui descritta rappresenti una ragione in più per adottarlo.
Angelo Panebianco
18 novembre 2009
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http://www.corriere.it/editoriali/09_novembre_18/panebianco_...html)
ISLAM: l’invasione islamica di Roma
CR n.1116 del 7/11/2009
Gli imam si preparano a conquistare Roma. L’avvertimento arriva da Parigi, dove si prepara l’invasione islamica dell’Italia e del Vaticano (“Libero”, 17 ottobre 2009).
Tra gli autori dell’appello si segnalano i migliori studiosi francofoni di arabistica e di storia del mondo musulmano, tra cui Joachim Véliocas, fondatore dell’Osservatorio dell’islamizzazione Sami A. Aldeeb Abu-Shalieh, René Marchand, Louis Cahgnon, storico e Johan Bourlard.
I fautori dell’appello, dopo essersi rivolti con una lettera aperta all’ambasciatore italiano a Parigi, Giovanni Caracciolo di Vietri, il 19 ottobre hanno scritto anche al ministro dell’Interno, Roberto Maroni, per comunicargli che l’Italia è «oggetto di minacce specifiche da parte di un’istituzione musulmana francese, l’Unione delle Organizzazioni islamiche di Francia (UOIF)», membro del Consiglio Francese del Culto Musulmano (CFCM). Dall’11 al 13 aprile scorso, a Bourget, vicino Parigi, si è svolto il 26° incontro dei musulmani in Francia.
Tarek Swaidan, predicatore televisivo kuwaitiano, ha parlato di Maometto come modello per l’umanità e della necessità di uccidere gli infedeli per emularlo. Ha molto insistito sulla profezia della conquista di Roma, così come era avvenuto nel 1453 per Costantinopoli e come riportato nell’Hadîth, parte costitutiva della cosiddetta Sunna, la seconda fonte della Legge islamica (sharia) dopo il Corano. Intervistato recentemente su tale questione, in un libro pubblicato dalla casa editrice Albin Michel, l’imam di Bordeaux, Tareq Oubrou, responsabile dell’UOIF, presente a Bourget al fianco di Suwaidan, per cercare di tranquillizzare l’opinione pubblica ha parlato di un episodio pacifico, di una «testimonianza», ma non ha negato la validità della profezia maomettana.
Gli autori dell’appello si rivolgono all’Italia innanzi tutto perché a loro avviso le autorità francesi sembrano non prestare attenzione a questo avvertimento e in secondo luogo per una questione di identità, poiché Roma «è una delle origini delle nostre radici, oltre a dare riparo al Vaticano, chiaramente preso di mira dai fondamentalisti islamici». Ancora più inquietante è il fatto che la maggioranza presidenziale attuale, tramite alcuni municipi gestiti dai suoi membri, ha facilitato l’acquisto di terreni per la costruzione di grandi moschee a Bordeaux, Mulhouse, Woippy e altre città.
La preoccupazione è alimentata anche dalle dichiarazioni di “pacifica” guerra santa dello sceicco Youssef al Qaradawi e dal discorso pronunciato l’11 aprile 2008 dal predicatore dei terroristi di Hamas, Yunis Al-Astal, che si rivolgeva ai fedeli con queste parole: «Allah vi ha scelti per Sé e per la Sua religione, perché serviate come motore per condurre questa Nazione alla fase della successione, della sicurezza e del consolidamento del potere e anche alle conquiste attraverso la da’wa e alle conquiste militari delle capitali del mondo intero. Molto presto, ad Allah piacendo, Roma sarà conquistata, così come fu conquistata Costantinopoli, come fu predetto dal nostro Profeta Maometto. Oggi Roma è la capitale dei cattolici, o la capitale dei crociati, che ha dichiarato la propria ostilità verso l’Islam e ha insediato i fratelli delle scimmie e dei maiali in Palestina per prevenire il risveglio dell’Islam – questa loro capitale sarà un avamposto per le conquiste islamiche, che si diffonderà attraverso l’Europa nella sua interezza e poi si rivolgerà alle due Americhe e anche all’Europa dell’Est».
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http://www.corrispondenzaromana.it/index.php?option...=1)